Villa Freya, situata ad Asolo (Treviso), deve il suo nome a Freya Stark, famosa viaggiatrice del Novecento. La dimora le fu donata dall'amico H. Y. Hammerton alla fine della Prima Guerra Mondiale e fu l’unico luogo che Freya considerò davvero casa, il punto di ritorno dopo i suoi numerosi viaggi.
Alla sua morte, non avendo eredi, la proprietà fu acquistata dal Comune, che la destinò a ostello. Successivamente venne messa all’asta e acquistata dalla famiglia Carron, tutt'oggi proprietaria.
Nel 2009 è stato realizzato un intervento di restauro conservativo con l’intento di trasformarla in residenza privata; tuttavia, la villa è stata infine destinata all’affitto per mostre, matrimoni e shooting.
Il progetto riguarda la creazione di una mostra all’interno della villa storica. L’intervento curatoriale e progettuale ha perseguito un obiettivo preciso: dare voce a storie di donne che hanno sfidato i modelli sociali del loro tempo. Attraverso l’allestimento, le loro biografie vengono valorizzate e rese accessibili a un pubblico adulto, interrogando al tempo stesso i meccanismi culturali che ne hanno occultato la presenza. L’esperienza espositiva è pensata per lasciare un segno duraturo e stimolare una riflessione sul ruolo femminile nella società.
Gli interventi strutturali sono stati minimi, nel rispetto del valore storico dell’edificio. Sono stati preservati gli ambienti originali, come i bagni progettati da Freya Stark ispirati a quelli osservati a Damasco, oltre a elementi come camini e cappa. Il percorso espositivo è costruito come un crescendo emotivo, anche attraverso l’uso della luce: salendo di piano, gli ambienti diventano progressivamente più bui fino all’ultima stanza, quasi completamente immersa nell’oscurità.
La progettazione si è confrontata con i vincoli tipici di una villa storica: ambienti irregolari, muri portanti e scale ripide, che hanno reso impossibile garantire l’accessibilità alle persone con disabilità.
Realizzare questo progetto ha significato mantenere un costante equilibrio nell'integrazione della tecnologica senza che predominasse, tra coinvolgimento emotivo e rigore narrativo, centralità del visitatore e coerenza progettuale. Soprattutto, è stata un’occasione per riflettere sul ruolo del design come strumento critico, capace di dare forma a narrazioni complesse senza tradirle e di riportare alla luce ciò che la storia tende a silenziare.
Le voci di donne che hanno attraversato confini ed epoche possono così essere finalmente ascoltate.
Il piano terra è interamente dedicato all'area accoglienza e alla dimensione esperienziale del progetto. Il filo conduttore è la tradizione del caffè mediorientale, simbolo di ospitalità e convivialità. All'ingresso sono stati progettati due totem interattivi, utili alla configurazione dei bracciali RFID per l'attivazione dei dispositivi presenti ai piani superiori dell’area espositiva. Si accede poi alla hall con area degustazione, una sala in stile majlis pensata come spazio di dialogo, una zona workshop dedicata alla preparazione del caffè arabo e un bookshop tematico.
Il primo piano è interamente dedicato a Freya Stark, scrittrice, fotografa e viaggiatrice del Novecento. Fu la prima cartografa a mappare territori inesplorati del Medio Oriente e, grazie ai suoi taccuini di viaggi, il mondo occidentale venne a conoscenza di luoghi e culture fino ad allora sconosciuti.
Lo spazio è concepito come un itinerario narrativo che richiama l’idea del viaggio: attraverso moduli realizzati su misura, il visitatore attraversa le principali tappe della sua vita. Un ologramma della sua assistente personale, Anna Modugno, accompagna il visitatore all'interno del percorso con contenuti complementari rispetto ai racconti in prima persona presenti negli schermi integrati negli espositori.
Il secondo piano è dedicato ad altre tre viaggiatrici legate a Freya Stark per epoca e per le loro esplorazioni in Medio Oriente. Le figure sono presentate in modo analogo per coerenza esperienziale e visiva: un ologramma introduttivo ne racconta brevemente la biografia, seguito dall’esposizione di oggetti personali in espositori su misura e da una sala esperienziale dedicata a ciascuna.
Il percorso si apre con Gertrude Bell, figura di rilievo in contesti politici dominati da uomini, che contribuì alla definizione dei confini dell’attuale Iraq. A lei è dedicata una parete LED interattiva collegata a un totem, attraverso cui il visitatore può esplorare una mappa geografica e accedere a documenti, fotografie e lettere legati ai luoghi delle sue esplorazioni.
Segue Isabelle Eberhardt, la cui vita, segnata da profonde inquietudini, trova nel vagabondaggio nei deserti un percorso di ricerca interiore. A lei è dedicata una sala immersiva con pareti LED a tutta altezza, dove il visitatore può sostare liberamente e vivere l’evoluzione del paesaggio desertico nel corso della giornata ed empatizzare con le vicende di Isabelle.
Il percorso termina con Isabella Lucy Bird, nota per la scalata del Long’s Peak affrontata in condizioni estreme. La sua esperienza è restituita attraverso una stanza VR immersiva a 360°, arricchita da effetti ambientali come il vento e un tappeto sensoriale sincronizzate con le fasi della salita.
Il terzo e ultimo piano è dedicato a Pippa Bacca (Giuseppina Pasqualino di Marineo) e alla performance Spose in Viaggio, attraverso la quale attraversò alcuni dei territori del Medio Oriente già esplorati dalle viaggiatrici del passato. La sua presenza segna un salto nella contemporaneità e invita ad una riflessione sul ruolo della donna oggi, sulla persistenza della violenza di genere e su un cambiamento culturale ancora incompiuto.
La parete centrale in cartongesso, già esistente, è stata mantenuta. Su un lato sono installati schermi che proiettano estratti del documentario Sono innamorato di Pippa Bacca di Simone Manetti, dedicato alla performance. Le immagini sono accompagnate da un unico paesaggio sonoro diffuso sia tramite casse integrate nella parete, nascoste per garantire una pulizia visiva, sia attraverso diffusori freestanding progettati su misura.
Lungo il corridoio opposto sono esposte fotografie legate a Spose in Viaggio, che conducono a due manichini poiché originariamente i vestiti erano due, pensati per mettere a confronto il “prima” e il “dopo” del viaggio. Uno è volutamente rimasto vuoto per simboleggiare il mancato ritorno di Pippa.
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